Una proporzione che diventa vanto
Secondo quanto riporta The Guardian, in alcune startup tecnologiche di San Francisco gli agenti di intelligenza artificiale, software capaci di svolgere compiti senza intervento umano, stanno assumendo un ruolo centrale nell'organizzazione del lavoro. L'articolo cita il caso di Anything, dove lavorano 15 persone e circa 150 agenti: il fondatore Dhruv Amin prevede che una simile sproporzione diventi presto la norma e sostiene che nel giro di un anno ogni azienda avrà più collaboratori artificiali che umani.
Nello stesso ambiente, secondo diverse testimonianze raccolte dal quotidiano britannico, vantarsi delle capacità dei propri agenti è diventato una sorta di status symbol, perché dimostra che l'impresa riesce a fare di più con meno risorse. Gli agenti vengono impiegati per rispondere alle email, gestire attività amministrative, condurre presentazioni commerciali e occuparsi di ricerca e sviluppo del personale.
Meno assunzioni e ruoli che cambiano
Il Guardian riferisce che la società Lindy, dopo aver licenziato un terzo del personale, ha ridotto l'organico a circa 20 dipendenti e ha coperto molte posizioni vacanti con agenti, pur continuando ad assumere per alcuni ruoli. Una manager dell'azienda racconta di aver delegato agli agenti un lungo elenco di compiti, dalla gestione del calendario ai test sui messaggi di marketing, e ammette di preoccuparsi per l'impatto sulle opportunità delle nuove generazioni.
Anche in settori lontani dal software l'uso degli agenti è presentato come una soluzione economica: il titolare di una casa di produzione di microdramme a Los Angeles, dopo aver licenziato un aiuto regista, ha affidato a un agente la redazione del piano di lavorazione e delle comunicazioni alla troupe, ottenendo secondo il suo racconto risultati soddisfacenti e potendo lavorare senza assistenti. L'articolo sottolinea però che, in ambienti come Hollywood, parlare di questi strumenti resta un tema scomodo.
Il lavoro diventa supervisione, con errori da correggere
Le fonti citate dal Guardian non descrivono una sostituzione integrale della forza lavoro: gli agenti richiedono indicazioni precise e un controllo costante. Un imprenditore racconta di aver passato gran parte del tempo a correggere gli sbagli commessi dagli agenti nel reclutamento, come la confusione tra candidati con nomi simili o la produzione di informazioni inventate nei curricula.
Da qui emerge un cambiamento nelle competenze richieste: capacità di coordinare e delegare, più che anni di esperienza, e la necessità di gestire in parallelo più agenti con compiti diversi. L'articolo riporta anche casi in cui i clienti interagiscono con agenti commerciali senza rendersi pienamente conto della loro natura, arrivando a flirtare o a chiedere sconti fuori copione.
Adozione in crescita ma produttività tutta da dimostrare
Il quadro delineato dal quotidiano resta circoscritto alle startup intervistate e alle dichiarazioni dei loro dirigenti. Il testo cita una rilevazione di McKinsey secondo cui circa il 40% delle grandi organizzazioni ha usato agenti di AI tra maggio 2025 e giugno 2026, contro il 27% dell'anno precedente, e un rapporto di Boston Consulting Group secondo cui le imprese prevedono di ridurre la forza lavoro del 10-15% nei prossimi anni.
A temperare le aspettative, il Guardian ricorda che una ricerca del MIT non rileva al momento guadagni di produttività significativi legati all'AI. Restano quindi da verificare la portata reale dell'adozione fuori dalla Silicon Valley, la qualità dei risultati nel tempo e le conseguenze occupazionali: su questi punti il materiale offre indicazioni parziali e non consente conclusioni definitive.
