L'episodio e la fonte
Secondo quanto riportato dal Korea Herald, il presidente sudcoreano Lee Jae Myung ha replicato sui social network ai critici di una prassi recente: la presenza dei massimi investigatori e procuratori alle riunioni del suo gabinetto. A sostegno della sua posizione ha citato uno scambio con Gemini, l'intelligenza artificiale generativa di Google. Nel post, il chatbot avrebbe definito le obiezioni una sofisticheria che nega apertamente l'autorità costituzionale del presidente di vigilare sull'esecutivo, avvertendo che escludere gli investigatori dalla stanza li renderebbe non responsabili. L'autore dell'articolo, Lim Woong, professore alla Yonsei University di Seul, osserva che nessun capo di Stato aveva mai citato un chatbot per difendere una decisione di governo.
Perché l'argomento non regge
Il punto centrale sollevato dall'articolo non è tecnico ma procedurale: chiunque usi questi strumenti sa quanto la risposta di un modello linguistico dipenda da come è formulata la domanda. Cambiando la premessa, il modello o il momento della richiesta si può ottenere la conclusione opposta. Gli utenti abituali lo sanno e raramente trattano una risposta come verità definitiva. Il Paese dispone già di ministeri che interpretano le norme e di un ampio corpo di studiosi di diritto costituzionale; secondo l'autore, la modalità con cui il presidente ha presentato lo scambio suggerisce che nessuno dei due sia stato consultato prima, anche se dubita che la decisione sia stata presa davvero così.
Il presidente ha poi spiegato di aver pubblicato lo scambio per mostrare quanto fossero fragili, sul piano logico e fattuale, le argomentazioni contrarie. Per l'autore, però, quando interpretazione costituzionale e prudenza politica si intrecciano, brandire la risposta di un chatbot per chiudere un dibattito è un passo falso: fa sembrare banale il lavoro di governo e attira derisione.
La reazione politica e la questione di merito
Secondo il Korea Herald, l'opposizione ha lanciato una sfida del tipo anche io ho chiesto all'IA, e il metodo presidenziale è diventato lo zimbello del dibattito anziché la politica in discussione. L'articolo aggiunge che definire sofisticheria le critiche non ha aiutato, perché un'argomentazione seria merita una risposta seria, basata sull'interpretazione delle norme, su fatti verificati e su una resa equa della tesi avversaria.
Resta distinta la questione di merito: se i capi degli uffici investigativi possano partecipare alle riunioni di gabinetto è un conto, se lo debbano fare è un altro. La loro presenza accanto al presidente getterebbe inevitabilmente dubbi sull'imparzialità dei casi perseguiti dai loro uffici. L'autore ricorda che qualcosa può essere legale e comunque poco saggio, e che con indici di approvazione in calo l'episodio appare a molti elettori come sarcasmo impaziente più che come argomentazione ponderata.
La lezione oltre il caso
L'articolo non attribuisce la colpa all'IA: la ritiene utile per riassumere grandi quantità di documenti e individuare clausole in pochi secondi, ma ricorda che un modello riflette le assunzioni contenute nel prompt e tende a dare ragione a chi scrive, salvo essere spinto esplicitamente a obiettare. Una risposta plausibile non è una risposta giustificata e non può conferire legittimità a una decisione politica né assumerne la responsabilità. In democrazia, scrive l'autore, la legittimità dovrebbe venire da ragioni esaminabili dal pubblico e da funzionari che possono essere rimossi dal voto.
